L’avventura di due sposi

Finito il turno Arturo torna a casa, alle volte un po’ dopo e alle volte un po’ prima che suoni la sveglia della moglie, Elide. Lei, stirandosi con “una specie di dolcezza pigra”, gli mette le braccia al collo, e dal suo giaccone capisce il tempo che fa fuori.

Arturo le snocciola, un po’ ironico e un poco brontolone, gli impicci del viaggio e le grane del lavoro. Attorno al lavandino poi, mezzi nudi e infreddoliti, si scambiano qualche scherzo tenero, qualche abbraccio.

Ma si fa tardi, Elide deve entrare in fabbrica, e scappa fuori vestendosi di corsa.
Lui intanto segue il rumore dei suoi tacchi per le scale, e continua col pensiero finché non sente chiudersi le porte del tram.

Si mette a letto dalla propria parte, ma prima col piede, poi con tutto il corpo, si sposta tutto nella nicchia di tepore lasciata dalla moglie. Quando lei torna la sera, lui è alzato da un pezzo ad aspettarla. Mangiano qualcosa, con lo struggimento di avere così poco tempo per stare insieme, tanto che non riescono quasi a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avrebbero “di star lì a tenersi per mano”.

Mentre Arturo corre già verso il lavoro, Elide mette a posto la casa, scuotendo il capo per le faccende mal fatte da lui. Dopodiché va a letto, striscia il piede dalla parte del marito, ma si accorge ogni volta che dove dorme lei è più caldo, segno che anche Arturo ha dormito lì, e ne prova una grande tenerezza.

(Italo Calvino – Gli amori difficili)

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Come si fa [Franco Beardi]

Anche l’amore nel tempo precario

è diventato una cosa per vecchi,

un privilegio di anziani amanti

che hanno del tempo da dedicarsi.

Noi eredi di un secolo feroce

che rispettava soltanto il futuro,

siamo il futuro promesso,

l’ultimo forse però, perché il profitto

non rispetta né il domani né l’adesso.

Il patto è stato cancellato

perché la regola non vale nulla

quando non c’è la forza per imporla.

Ora ciascuno è privato,

e solitario elabora segnali

sullo schermo mutevole che irradia

intima luce ipnotica. Riceve

ordini telefonici, e risponde

con voce allegra perché non è concesso

ch’altri conosca l’intima afflizione

che ci opprime.

Talvolta sul contratto di assunzione

è compresa una norma che ti impegna

a non suicidarti.

Questo non ferma certo l’espansione

dell’esercito immenso di coloro

che levano la mano su se stessi.

Nel solo mese di maggio

all’azienda trasporti di Bologna

si sono uccisi tre lavoratori.

Dieci anni fa erano tremila

i conducenti degli autobus cittadini,

oggi sono soltanto milleduecento

e il traffico non è certo meno intenso.

Alle officine Foxsson

si danno fuoco giovani operai.

A migliaia s’immolano

i contadini indiani,

alla Telecom France

si ammazzano a decine per il mobbing.

In molte fabbriche italiane

minacciano di buttarsi giù dal tetto.

E’ un sistema perfetto

razionale, efficiente, produttivo.

Chi s’ammazza è un cattivo

cittadino che non ha capito bene

come funziona il nuovo ordinamento.

Devi essere contento,

partecipi allo sforzo collettivo

che rilancia la crescita e impedisce

che il deficit sorpassi il tre per cento.

Brucia ragazzo brucia

brucia la banca centrale

e quella periferica.

A poco servirà, purtroppo

Perché i numeri che ti rovinano l’esistenza

Non sono conservati in nessuna banca,

neppure in quella centrale.

Vagano nell’infosfera

E nessuno li può cancellare.

I nemici nascosti sono numeri

Null’altro che astratte funzioni,

integrali, algoritmi e deduzioni

della scienza economica.

Ma come puoi chiamare scienza

questo sapere che non sa niente

questo assurdo sistema di assiomi

di tecniche che spengono la vita

per non uscire dalle previsioni

di spesa?

Non è una scienza, è una superstizione

che trasforma le cose in astrazione

la ricchezza in miseria

e il tempo in ossessione.

Meglio andarsene di qui, ecco come si fa.

Meglio lasciare vuoto

il luogo dell’obbedienza e del sacrificio.

Meglio dir grazie no a chi ti propone

sopravvivenza in cambio di lavoro.

Impariamo a essere asceti

che non rinunciano al piacere né alla ricchezza

ma conoscono il piacere e la ricchezza

e perciò non li cercano al mercato.

Come gli uccelli nel cielo

e come i gigli nei campi

non abbiamo bisogno di lavoro

né di salario, ma di acqua e di carezze,

di aria, di pane, e dell’infinita ricchezza

che nasce dall’intelligenza collettiva

quando è al nostro servizio, non al servizio

dell’ignoranza economica.

Se vuoi sapere come si fa

io posso dirti soltanto

quello che abbiamo imparato dall’esperienza.

Non obbedire a chi vuole la tua vita

per farne carcassa di tempo vuoto.

Se devi vendere il tempo in cambio di danaro

sappi che non c’è somma di danaro

che valga il tuo tempo.

E’ comprensibile che qualcuno pensi

Che solo con la violenza

Possiamo avere indietro

Quello che ci han sottratto.

Invece non è così,

– dispongono di armate professionali

che la gara della violenza la vincerebbero

in pochi istanti.

Quel che puoi fare è sottrargli il tempo della tua vita.

Occorre diventare ciechi e sordi e muti

quando il potere ti chiede

di vedere ascoltare e parlare.

L’esodo inizia adesso

andiamocene via

ciascuno col suo mezzo di trasporto.

Meglio morto

che schiavo dell’astratto padrone

che non conosce

dolore né sentimento né ragione.

Ma meglio ancora vivo

senza pagare né il mutuo né l’affitto.

Quel che ci occorre non è nostro

se non nel breve tempo di un tragitto.

Quando arrivi parcheggi,

lasci le chiavi e lo sportello aperto

per qualcun altro che deve spostarsi

nella città, sui monti o nel deserto.

Ecco come si fa.

Si smette di lavorare

ché di lavoro non ce n’è più bisogno.

Occorre svegliarsi dal sogno

malato della crescita infinita

per veder chiaramente

che c’è una bolla immensa di lavoro inutile

che si gonfia col nostro tempo.

Inventiamo una vita che non pesa,

Che non costa.

Una vita leggera.

E poi sai che ti dico?

Non ti preoccupare del tuo futuro

Che tanto non ce l’hai. E’ tutto destinato

A pagare l’immenso debito accumulato

Per ripianare il debito delle banche.

Il futuro di cui parlano gli esperti

è sempre più tetro ogni giorno

che passa. E’ meglio che diserti

e comunichi intorno

il lento piacere dell’essere altrove.

Ecco come si fa.

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Una Disperata Vitalità

«Venni al mondo al tempo dell’Analogica. Operai in quel campo, da apprendista. Poi ci fu la Resistenza e io lottai con le armi della poesia. Restaurai la Logica, e fui un poeta civile. Ora è il tempo della Psicagogica. Posso scrivere solo profetando nel rapimento della Musica per eccesso di seme o di pietà.» «Se ora l’Analogica sopravvive e la Logica è passata di moda (e io con lei; non ho più richiesta di poesia), la Psicagogica c’è (ad onta della Demagogia sempre più padrona della situazione). E così che io posso scrivere Temi e Treni e anche Profezie; da poeta civile, ah sì, sempre!» «Quanto al futuro, ascolti: i suoi figli fascisti veleggeranno verso i mondi della Nuova Preistoria. Io me ne starò là, come colui che suo dannaggio sogna sulle rive del mare in cui ricomincia la vita. Solo, o quasi, sul vecchio litorale tra ruderi di antiche civiltà, Ravenna Ostia, o Bombay – è uguale – con Dei che si scrostano, problemi vecchi – quale lotta di classe – che si dissolvono… Come un partigiano morto prima del maggio del ’45, comincerò pian piano a decompormi, nella luce straziante di quel mare, poeta e cittadino dimenticato.»

(Pier Paolo Pasolini)

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L’ultima traccia di bellezza

 

[Da cinque manifesti appesi nell’atrio mi sorridevano cinque volti diversi, tutti con i denti scoperti. Ebbi paura che mi mordessero e uscii in fretta sulla strada.
Era intasata di automobili che suonavano senza sosta. Le motociclette salivano sui marciapiedi e si facevano largo tra i passanti. Pensavo ad Agnes. Sono trascorsi esattamente due anni da quando l’ho immaginata la prima volta, mentre aspettavo Avenarius su al circolo steso sulla sdraio. Era questo il motivo per cui oggi avevo ordinato la bottiglia. Avevo finito di scrivere il romanzo e volevo festeggiare nello stesso luogo in cui era nata la prima idea.
I clacson suonavano e si udivano grida di gente inviperita. In una situazione analoga Agnes un tempo aveva desiderato comprarsi una violetta, solo un piccolo fiorellino; aveva desiderato tenerlo davanti agli occhi come un’ultima traccia, appena visibile, di bellezza].

(Milan Kundera-L’immortalità)

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In questa notte d’autunno

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa alla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
era allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

[Nazim Hikmet]

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All’amato se stesso (Majakovskij)

Due frasi.
Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”
Ma uno
come me
dove potrà cacciarsi?
Che tana m’han preparata?

S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
sulla punta delle onde m’alzerei,
carezzerei la luna con il mio flusso.
Dove trovare un’amata
che mi somigli?
Minuscolo sarebbe il cielo per contenerla!

Oh s’io fossi povero
come un miliardario!
L’anima disprezza i soldi:
un ladro insaziabile s’annida in essa.
Ai desideri miei, alla sfrenata orda
non basta l’oro di tutte le Californie.

S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di ridursi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero
le amanti di tutti i secoli.

Oh s’io fossi
silenzioso
come il tuono:
con un sol gemito
farei tremare l’eremo vacillante della terra.
Se
la mia voce enorme
urlerà a tutta forza,
le comete torceranno le loro braccia di fuoco,
e a capofitto si getteranno dalla disperazione.

Coi raggi dei miei occhi rosicchierei la notte:
oh s’io fossi
appannato
come il sole!
Vorrei proprio
abbeverare con la mia luce
il seno smagrito della terra!

Passerò,
trascinando il mio amore enorme.
In quale notte
delirante,
malata,
quali Golia m’han concepito,
così grande
e così inutile?

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I miei personaggi in cerca di autore

Piccola nana con vocazione da gigante.Armata da Don Chisciotte sposti le macerie per far spazio a una terra nuova,terra di rame,terra di mare,terra che tremerà ancora di sudore;e tremerà ancora di te.

Inetto disgraziato,steso sul manto umido.Col filo d’erba in bocca e un cappello di paglia a coprirti gli occhi.Ad aspettar Dostoevskij.Ad aspettar l’Idiota ,palese manifestazione di un Cristo terreno,carnale,romantico che vorresti esser tu.Se solo potessi.

Giovane anarchico incazzato.Nelle viscere a te non è concesso di urlare.E il potere sordido si lecca i baffi ad assaporare il gusto del controllo,dispositivo panottico che ci ha rinnegati e relegati.Soli ma insieme a sbraitare nella fossa dei leoni.

Profumo di nuovo.Voglia di distogliere lo sguardo.Pelle fresca,aria nitida.Un universo regnato dalla discrezione e dalla gentilezza.Avvicinarsi e poi ritrarsi.Girarci intorno serenamente.


Bambina mia.La tua qualità di vita è ora migliore.Senza sensi di colpi.Sei ferma o ti stai facendo delle domande?


Chè a farsi domande si paga niente.Ma le risposte avvinghiano e tormentano.E se me ne andassi?Come Alexander Supertramp.Non incurvarsi sulla sedia della burocrazia.Nuotare nell’aria.Liberamente.A 40 anni voglio ancora i miei capelli.La mia rabbia.Il mio vigore che non farà mai rima con livore.


Mio sposo arrabbiato.La tua rabbia di vita è la tua forza.Te li mangi tutti.E io ti guardo adorante.Prendo un pò della tua energia.Regalami ancora della musica.Sento ancora di voler fluttuare.


Mio eroe.Da domani invertiamo il corso delle cose.Lo trasformeremo nel caos delle cose.
Ci alziamo alle due di notte.E avanziamo verso l’Oceano a guardare l’alba.E ti convincerò che la vita non può esser cagare sangue o vomitare odio.Ti convincerò prendendoti per mano,come facciamo sempre.E tu mi convincerai che posso avere quello che voglio,che sono almeno un pò bella.E mi convincerai che il mondo non si merita questa paura.Questi sorrisi smorzati.Ci convinceremo sfiorati dal vento,riscaldati dalle nostre parole.

Mio amore.Amore mio.Il mio pensiero è ancora per te.E’ difficile dirlo.Amore nuovo di una vecchia vita.Ora so cos’è la fedeltà.Due anni a Maggio e il cerchio si chiude.T’ho dimenticato ma ti porto con me.Sempre.Alla ricerca di quell’altezza che era nostra.Perchè se non scalo le montagne non è importante.Se non è speciale non vale la pena di offuscare i ricordi.Se non mi distrugge lo stomaco non me importa nulla di camminare mano nella mano in mezzo alla folla.E’ questo che mi hai insegnato.E’ dentro me.

Pagina bianca di un foglio.Ho ancora voglia di scrivere.

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